Da Irpinia Paranoica alla letteratura: relitti e sradicati nel romanzo di Luigi Capone

08 giugno 2018, 21:24
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“Oggi mi sono sentito bene per due secondi di fila”. Probabilmente avrà provato due secondi di felicità Luigi Capone, giovane scrittore e professore di lettere di Nusco, alla pubblicazione del suo primo romanzo “Allegri che tra poco si muore” edito da Edizioni Artestampa. Capone già nel suo periodo universitario scrive e prende parte a due spettacoli musicali teatrali, uno incentrato sui suoi racconti “Vita da bar” e l’altro sul terremoto dell’Irpinia del 1980. Dal 2011 e’ autore di un blog dal grande seguito “Irpinia Paranoica” ed e’ stato uno degli attori protagonisti del film “Irpinia, mon amour”. 

Quarta di copertina

Un chioschetto notturno abitato da ombre, la difficoltà a distinguere l’allucinazione dalla realtà, la precarietà totale di un’esistenza alla deriva, flashback e sensazioni di un moribondo che elabora un lungo testamento.
Allegri che tra poco si muore è un romanzo che parla di una generazione e a una generazione. Quella dei nativi digitali, dei precari, degli emotivamente instabili, degli eterni adolescenti divenuti trentenni appassiti. È un’opera che parla di profondo Nord e di profondo Sud, dell’Italia e del mondo, in una teoria di personaggi e scene di genere che si susseguono come irrisolte comparse oniriche.
Sono pagine sciolte di prosa spontanea, lasse narrative che danzano intorno a un nucleo, quello dell’amore per una ragazza e – perché no – del senso della vita.  La cornice è quella di mille e più bar, che come piccoli limbi di penitenza disegnano situazioni grottesche.
Amaro, intensamente depressivo, sconsolato e sconsolante, questo è però anche – inevitabilmente – un libro divertente, di una desolazione catartica che trova nella comicità il suo destino inesorabile.
Dalle solitudini irpine alla vuota vastità degli hinterland padani, si leva una voce narrativa arguta e dolente, che scrive un nuovo capitolo in quel grande e incompiuto libro ideale che è la letteratura dei relitti, degli emarginati, degli sradicati. Di coloro che, per usare la tragica autoironia di Tondelli, si ritrovano periodicamente afflitti dai disturbi dubitativi della decadenza.

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