Donne e profughe, via da guerre e soprusi. Così funziona l'accoglienza

Alcune finiscono per prostituirsi, altre nei centri di accoglienza per donne profughe. 23 le ragazze ospitate ad Avellino Est, quattro sono incinte. In Italia cercano sicurezza e riscatto
24 agosto 2016, 15:31
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Una storia, una delle tante. Matilda, giovane donna nigeriana, è scappata dal suo paese perché minacciata di morte, per soldi, dal compagno. Vuole rimanere in Italia, dove si sente al sicuro. Per dimenticare e ricominciare. Matilda è una delle 23 donne attualmente ospiti presso il centro di accoglienza femminile di Avellino Est, uno dei pochi in irpinia, nel comune di Manocalzati, a due passi dalla variante e dal casello autostradale. In questa struttura privata, presa in affitto dall'Azienda Petrilli di Flumeri, vivono 23 donne, quattro di loro aspettano un bambino. Quasi tutte vengono dalla Nigeria, alcune, poche, dalla Costa D'Avorio. Fuggono da guerra, fame, soprusi. Ma anche dalla strada e da chi le vorrebbe su un marciapiede a prostituirsi. Fondamentale, dunque, il supporto psicologico. Nessuna richiesta particolare, le ragazze vogliono solo essere ascoltate e rassicurate.
Nel centro ci sono anche degli uomini, mariti, e altri africani che danno una mano nel disbrigo delle faccende quotidiane. I dipendenti sono sette: c'è un responsabile, e poi psicologi, mediatori, operatori culturali, guardiani notturni. 
L'Azienda Petrilli, costituita in cooperativa, gestisce al momento oltre 800 migranti, ospitati presso una ventina di strutture distribuite su tutto il territorio della Provincia.  


Su tutti i centri della Provincia è stretto il controllo delle autorità. Ogni mese la Prefettura vigila sul rispetto delle convenzioni e chiede ai gestori di relazionare su diversi aspetti, da quelli organizzativi alla condizione degli ospiti. Sul cibo distribuito e cucinato, sono quotidiani, invece, i controlli dell'Asl.
Tra le attività svolte, c'è anche il cosiddetto progetto ''agriculture''. In un terreno adiacente, si coltivano verdure e ortaggi. L'obiettivo è quello di creare un senso di comunità, di rafforzare i legami, nel contempo, di imparare un mestiere. E poi, quando ci sarà il raccolto, distribuire i prodotti a chi ne ha bisogno, italiani o extracomunitari, senza alcuna distinzione.


Ma chi gestisce un centro deve anche fare i conti con la diffidenza delle comunità. Il nemico più difficile da sconfiggere è il pregiudizio, spesso accompagnato da luoghi comuni duri a morire. I centri non fanno beneficenza, sia chiaro, svolgono una funzione, un lavoro, spesso con mezzi e risorse insufficienti. Un lavoro di cui qualcuno dovrà pur farsi carico, se non si vogliono lasciare queste persone abbandonate al proprio destino. GUARDA IL VIDEO

Interviste: Gaetana Pola (psicologa), Agostino Trinchese (Responsabile Centro), Leonardo Befaro (Coordinatore centri cooperativa Petrilli), Filippo D'Avanzo (Operatore Cooperativa Petrilli)

(di Riccardo Di Blasi )

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